14 marzo 2020

Covid-19 e sicurezza sul lavoro

Accesso in azienda e misure di controllo anticontagio Covid-19 dopo il protocollo Governo-parti sociali 14 marzo 2020. Un focus sulla privacy

di Francesco Bacchini

Professore di Diritto del Lavoro presso l’Università di Milano – Bicocca, Studio Legale “Lexellent”.

Fra le indicazioni operative decise dal Governo e dalle parti sociali nel protocollo firmato il 14 marzo per contrastare il contagio da Covid-19 nelle aziende che continuano a produrre, molte delle quali già contenute sinteticamente nei vari DPCM e, comunque, da tempo attuate dalle imprese in applicazione dei principi generali e specifici in materia di sicurezza e salute del lavoro, meritano di essere segnalate, visti i forti dubbi, peraltro infondati, avanzati anche dal sindacato sulla loro legittimità, le misure di prevenzione e protezione riguardanti l’accesso in azienda del personale e dei terzi.

La prima e, per certi versi, più discussa (e discutibile) è quella che consente al datore di lavoro di subordinare l’accesso al luogo di lavoro, non solo al proprio personale ma anche a quello degli appaltatori interni, ad es. delle imprese di pulizie, di manutenzione, di logistica e movimentazione merci, ecc. (presumibilmente quale misura antinterferenziale contro il potenziale contagio da Covid-19 da inserire nell’aggiornamento del DUVRI), al controllo della temperatura corporea e di vietarlo alle persone il cui stato febbrile superi i 37,5°; tali persone saranno momentaneamente isolate, fornite di mascherine e dovranno contattare nel più breve tempo possibile il proprio medico curante seguendo le sue indicazioni per attivare il protocollo sanitario al fine di una adeguata diagnosi della malattia.

Poiché la misurazione della febbre deve avvenire sempre nel rispetto della disciplina della privacy è possibile ritenere che il dato non debba essere registrato, fatta salva l’ipotesi in cui la temperatura superi la soglia stabilita e comporti l’allontanamento dell’Interessato (in questo caso il dato dovrà essere conservato solo fino al termine dell’emergenza); la misurazione della temperatura nonché la procedura di allontanamento adottate nel caso di superamento della soglia di 37.5° devono essere eseguite con modalità idonee a garantire la riservatezza dell’Interessato; dell’eventuale superamento della fissata soglia febbrile deve essere informato solo l’ufficio deputato alla gestione del personale.

Altra misura connessa all’accesso in azienda è quella relativa all’informazione preventiva ai lavoratori sul divieto di ingresso in azienda per chi: ha febbre; ha intrattenuto contatti con persone positive al virus; proviene da zone a rischio contagio secondo l’OMS (ormai però questa opzione pare decisamente superata dalla situazione nazionale da intendersi quale zona generalizzata di contagio).

Il tenore di tale misura, del tutto neutra e, quindi, pienamente ammissibile, muta radicalmente nel momento in cui l’informazione si trasformi nell’assunzione di informazioni, nella forma di dichiarazioni chieste ai lavoratori o a terzi, attestanti le loro condizioni di salute, i loro rapporti interpersonali o la loro provenienza. In questo caso, infatti, si configurerebbe un trattamento di dati personali il quale, ancorché autorizzato, imporrebbe che: all’interessato fosse resa un’adeguata informativa (anche orale), nella  quale venisse indicata come finalità la prevenzione dal contagio da COVID-19 e, come base giuridica, l’implementazione dei protocolli di sicurezza anti-contagio ai sensi dell’art. art. 1, n. 7, lett. d) del DPCM 11 marzo 2020; il trattamento fosse eseguito da soggetti individuati tramite formale lettera di incarico/autorizzazione allo stesso e, quindi, opportunamente istruiti; il trattamento avesse ad oggetto i dati strettamente necessari per la finalità di prevenzione del contagio COVID-19 e venisse attuato per il tempo più limitato possibile.

Nel protocollo Governo-parti sociali  si prevede che l’azienda raccolga esclusivamente i dati necessari ad accertare la sussistenza delle fattispecie indicate.

In questo senso è espressamente previsto, a titolo esemplificativo, che se nel caso in cui si richieda una dichiarazione sui contatti con persone risultate positive al COVID-19, occorre astenersi dal richiedere informazioni aggiuntive in merito alla persona risultata positiva. Nello stesso senso, nel caso in cui si richieda una dichiarazione sulla provenienza da zone a rischio epidemiologico, è necessario astenersi dall’esigere informazioni aggiuntive in merito alla determinazione specifica del luogo di provenienza o di passaggio.

Da ultimo è possibile rilevare che nessuno dei dati trattati ai sensi del Protocollo può essere comunicato a soggetti (pubblici e privati) diversi da quelli previsti dalla normativa vigente, né può in alcun modo essere diffuso.

La previsione di un simile trattamento di dati, pare, da ultimo, comunque, porsi in contrasto con l’illegittimità della raccolta di tali dati da parte dei privati affermata dal Garante della privacy nel comunicato stampa del 2 marzo scorso, risultando auspicabile, prima ancora di una presa di posizione formale del Garante, una norma ad hoc che, in deroga alla disciplina vigente, regoli il trattamento dei dati personali nei confronti di lavoratori e fornitori in modo temporaneamente meno rigido.

per il Protocollo siglato clicca qui

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