Sicurezza sul lavoro nel c.d. “Decreto del Fare”

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Sicurezza sul lavoro nel c.d. “Decreto del Fare”

Le novità in tema di sicurezza sul lavoro nella conversione in legge del D.l. n. 69/2013, noto come “Decreto del Fare”

3 dicembre 2013

Alcuni articoli del T.U. in materia di Tutela della Salute e della Sicurezza nei luoghi di Lavoro sono stati recentemente novellati dalla Legge n. 98/2013  (nello specifico dagli artt. 32 e 35)  che ha convertito, con modifiche, il Decreto Legge n. 69/2013, noto anche come “Decreto del Fare”.

Le correzioni apportate a mezzo di tale provvedimento si propongono l’obiettivo, tutt’altro che raggiunto, di semplificare, di rendere meno burocratici, rectius, più snelli, i numerosi ed onerosi obblighi imposti ai datori di lavoro in tale ambito normativo, prendendo in considerazione sia aspetti di tipo meramente formale, sia aspetti di natura più propriamente sostanziale.

Di seguito il commento dei principali precetti antinfortunistico-prevenzionali contenuti nel d.lgs. n. 81/2008, che  la l. n. 98/2013 ha, più o meno profondamente, modificato e integrato.

Modifiche e integrazioni al d.lgs. n. 81/2008 da parte dell’art. 32 della l. n. 98/2013.

Con riferimento alla normativa sulla sicurezza negli appalti interni, di cui all’art. 26, vengono interamente riscritti i commi 3 e 3-bis, invero assai importanti e complessi, prevedendosi che il datore di lavoro committente, promuova la cooperazione relativa all’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dei rischi sul lavoro che incidono sull’attività lavorativa oggetto di appalto (contratto d’opera e somministrazione di beni), nonché il coordinamento relativo agli interventi di protezione e prevenzione dei rischi cui sono esposti i lavoratori:

  • elaborando un  unico  documento  di valutazione che indichi le misure adottate  per  eliminare o, ove  ciò  non  sia  possibile, ridurre  al  minimo  i  rischi  da interferenze (DUVRI);
  • ovvero  individuando,  limitatamente  ai   settori   di attività a basso rischio  infortunistico (da identificare secondo le modalità di cui all’art. 29 comma 6-ter), con  riferimento sia all'attività  del  datore  di  lavoro committente sia alle attività dell’impresa appaltatrice e dei lavoratori autonomi,  un  proprio  incaricato,  “in  possesso  di  formazione, esperienza  e  competenza  professionali  adeguate e specifiche in relazione all’incarico conferito, nonché  di  periodico  aggiornamento   e   di   conoscenza   diretta dell'ambiente di lavoro, per  sovrintendere a tali cooperazione e coordinamento”. 

Il provvedimento di cui sopra, pur presupponendo la “buona volontà” del legislatore e pur  confidando nella tempestiva, corretta e ragionevole individuazione dei settori di attività a rischio basso, risulta, purtroppo, già di primo achito, di problematica, incerta e ben poco funzionale applicazione, nonché, davvero, ben poco semplificante, siccome, par di capire, affinché il datore di lavoro committente possa individuare l’incaricato (professionalmente competente)al posto di redigere il DUVRI, non basterà che la sua attività sia fra quelle a basso rischio infortunistico, ma che lo sia anche quella dell’appaltatore o del lavoratore autonomo. 

Cionondimeno, le conseguenze della correzione normativa, in forza dell’uso della congiunzione disgiuntiva “ovvero”, da intendersi nel senso di “oppure” (“o invece”), in relazione cioè a due proposizioni alternative che si escludano a vicenda, appaiono operativamente essere le seguenti: nei settori a basso rischio di infortuni sul lavoro e malattie professionali, il datore di lavoro può, in alternativa alla predisposizione del DUVRI, nominare un proprio incaricato professionalmente competente a cooperare e coordinare le misure di sicurezza. Trattasi, alla luce del tenore letterale della novella normativa secondo l’interpretazione di cui sopra, di facoltà e non di obbligo, dal momento che viene lasciata, apertamente, al committente la possibilità di non elaborare il Duvri a condizione di individuare un proprio incaricato a sovraintendere l’attuazione delle cautele preventivo-protettive antinterferenziali necessarie per l’esecuzione dei lavori oggetto dell’appalto (del contratto d’opera e di somministrazione di beni). L’incaricato, per eseguire tale attività, deve essere in possesso di formazione, esperienza e competenza professionale adeguate e specifiche (forse sarebbe stato utile che la norma stabilisse un periodo di tempo minimo per determinare l’esperienza, come, ad esempio, i tre anni previsti dal d.P.R. n. 177/2011 per il preposto negli ambienti confinati), periodicamente aggiornate nonchè di conoscenza diretta dell’ambiente di lavoro.

Nonostante la semplificazione (più apparente che effettiva) consistente nella deroga all’obbligo di redazione del duvri, il nuovo precetto in materia di gestione della sicurezza degli appalti interni non convince affatto.

Premesso e sottolineato che prima delle modifiche apportate in sede di conversione in legge: la formazione, l’esperienza e le competenze professionali che l’incaricato doveva possedere erano qualificate come: “tipiche di un preposto”, locuzione infelice e di incerta e ben poco funzionale applicazione, i dubbi e le perplessità in ordine all’individuazione di tale soggetto restano, pressoché invariati, soprattutto in ordine alla ripartizione delle responsabilità contravvenzionali collegate all’inadempimento degli obblighi di cui all’art. 26, comma 2.

L’incaricato, infatti, ancorché svincolato dal riferimento alle tipiche competenze del preposto (e preposto nemmeno poteva essere giacché tale soggetto non annovera fra gli obblighi preventivo-protettivi propriamente attribuitigli dall’art. 19 quello della cooperazione e del coordinamento delle misure di sicurezza del lavoro negli appalti interni), riceve pur sempre un’incombenza sostanzialmente di controllo e di verifica esecutiva, caratteristica della posizione di garanzia del dirigente e, appunto, del preposto, non essendo, necessariamente, né l’uno, né l’altro.

Nonostante il provvedimento abbia, presumibilmente, lo scopo, astrattamente condivisibile, di spostare l’attenzione dall’adempimento formale a quello sostanziale attraverso l’individuazione di una figura qualificata, che conosce ed è presente sul luogo di lavoro e, per ciò in grado di intervenire più efficacemente, rispetto ad un documento, per evitare i rischi da interferenze, esso appare, tuttavia, irrimediabilmente viziato dal punto di vista della titolarità soggettiva dell’obbligo contravvenzionalmente sanzionato.

Infatti, poiché dal precetto in commento non deriva alcuna modifica della specifica disciplina sanzionatoria per contravvenzione (in particolare dell’art. 55, comma 3, lett. d), d.lgs. n. 81/2008), può escludersi una autonoma responsabilità per violazione e, fors’anche, per possibile evento, da parte dell’incaricato, rimanendo invece responsabili, sia per contravvenzione che per delitto, il datore di lavoro ed il dirigente; diversa ricostruzione sarebbe, invece,  proponibile se l’incarico avvenisse mediante delega di funzioni ex art. 16 (anche, eventualmente, nei confronti del responsabile o dell’addetto del servizio di prevenzione e protezione, ipotesi, peraltro, sconsigliabile), giacché in questo caso il soggetto espressamente investito dal datore di lavoro dei poteri decisionali (e di spesa) in ordine all’adempimento dell’obbligo di cooperazione e coordinamento di cui all’art. 26, comma 2, ne risulterebbe, almeno sulla carta, responsabile sia per contravvenzione che per delitto. 

Se, poi, l’incaricato/delegato fosse, nonostante la correzione fatta in sede di conversione, un preposto, circostanza astrattamente possibile, anzi, più che probabile, si porrebbe comunque il problema di giustificare il surrettizio aggiramento di uno dei principi e criteri direttivi generali contenuti nell’art. 1, comma 2, della legge delega n. 123/2007 per l’adozione del testo unico sulla sicurezza del lavoro e segnatamente quello di cui alla lett. f) in cui si sanciva la necessità di riformulare e razionalizzare l’apparato sanzionatorio penale per la violazione della normativa in materia, tenendo conto della responsabilità e delle funzioni svolte da ciascun soggetto obbligato, “con riguardo in particolare alla responsabilità del preposto”, ritenuta, precedentemente, troppo ampia ed asimmetrica rispetto alle reali prerogative gerarchico funzionali connaturate a siffatto ruolo aziendale.

Dovendo ritenere, infatti, il nuovo registro degli obblighi del preposto, siccome sanciti dall’art. 19 e siccome sanzionati dall’art. 56 del TU, attuazione del principio di delega legislativa di cui sopra, l’eliminazione della pregressa responsabilità per l’adempimento della misura della cooperazione e del coordinamento della sicurezza nei lavori in appalto (art. 7, comma 2 e 90 lett. a)del d.lgs. n. 626/1994), non potrebbe essere modificato ovvero forzato neppure dalla delega di funzioni.

E nemmeno è da escludere che tale incarico, vista l’incerta formulazione della lettera della legge, sia affidato ad un soggetto esterno all’azienda, ancorché con conoscenza diretta dell’ambiente di lavoro, che, a vario titolo (contratto d’opera, anche professionale o a progetto) ma non in qualità di dipendente, collabora con il datore di lavoro committente. 

Del resto, l’uso dell’aggettivo possessivo “proprio” per qualificare l’incaricato del datore di lavoro, non sembra, comunque, sufficiente a presupporre l’obbligo di attribuire quell’incombenza ad un lavoratore subordinato dipendente dall’azienda committente, sicché, più probabilmente, l’uso di tale aggettivo possessivo, ha lo scopo, nella ratio del provvedimento, di evitare l’affidamento dell’incarico a dipendenti o collaboratori dell’appaltatore.

Nel caso in cui il documento di valutazione dei rischi interferenziali venga comunque redatto se ne prevede l’obbligo di allegazione al contratto d’appalto, ed al contratto d’opera (tuttavia non anche a quello di somministrazione di beni), sancendosi, inoltre, a seguito delle modifiche appaortate dal d.lgs. n. 106/2009, l’obbligo di  adeguarlo  in  funzione dell'evoluzione dei lavori, servizi e forniture similmente a quanto accade nei cantieri edili o d’ingegneria civile per l’adeguamento del piano di sicurezza e coordinamento. Tale obbligo non può che spettare al soggetto che ha il dovere di redigerlo, ossia il datore di lavoro e il dirigente.

Diversamente, nel caso in cui ciò sia possibile e, quindi, si scelga di individuare l’incaricato (o un suo eventuale sostituto), il legislatore sancisce uno specifico obbligo documentale, vale a dire quello di dare immediata evidenza dell’incarico (nonché della sua eventuale modifica)nel medesimo contratto di appalto o  d’opera; il tutto, verosimilmente, a carico del datore di lavoro o del suo delegato. 

Ai dati di cui sopra accedono(secondo la procedura di accesso fisico e documentale discendente dall’art. 50, commi 1 e 2, con vincolo di riservatezza sul contenuto in forza dell’art. 50 comma 6) il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e gli organismi locali delle organizzazioni sindacali dei lavoratori comparativamente più rappresentative a livello nazionale. Trattasi di fattispecie identica a quella di cui al comma 5 dello stesso art. 26, in merito all’individuazione dei costi per la sicurezza relativi alle misure per eliminare o ridurre i rischi interferenziali e, come quella, particolarmente critica e criticata dai datori di lavoro ben poco inclini ad accettare controlli ed ingerenze da parte delle organizzazioni sindacali territoriali.

Il secondo (presunto) pilastro della semplificazione degli obblighi di sicurezza da adempiere nella gestione dei lavori, opere o servizi affidati in appalto e contratto d’opera all’interno dell’azienda è rappresentato da una parziale (invero sostanzialmente  quasi insignificante) limitazione del campo di applicazione (quali)quantitativo all’obbligo di redazione del duvri o (ipotesi pressoché irrealizzabile vista la presumibile scarsità dei settori a basso rischio infortuni e malattie professionali anche in relazione all’invece ampia elencazione dei rischi che non ammettono deroga documentale/gestionale)di individuazione dell’incaricato.

Il legislatore stabilisce, dunque, che gli obblighi di cui al comma 3, non  si  applicano ai  servizi  di  natura intellettuale, alle mere forniture di materiali  o  attrezzature (ipotesi già precedentemente contemplata), nonché  ai lavori  o ai servizi  la  cui  durata  non  sia  superiore   ai   cinque uomini-giorno,sempre che essi non comportino rischi derivanti dal rischio di incendio di livello elevato, ai sensi del decreto del Ministro dell’interno 10 marzo 1998, o dallo svolgimento di attività in ambienti confinati, di cui al regolamento di cui al decreto del Presidente della repubblica 14 settembre 2011, n. 177, o dalla presenza di agenti cancerogeni, mutageni o biologici, di amianto o di atmosfere esplosive o dalla presenza dei rischi particolari di cui all’allegato XI. La novella del comma 3-bis dell’art. 26, sancisce che per uomini giorno si intende l'entità presunta dei lavori, servizi  e  forniture  rappresentata  dalla  somma  delle giornate di lavoro necessarie all'effettuazione degli stessi, considerata con riferimento all'arco temporale di  un anno dall'inizio dei lavori.

Anche la modifica alle soglie (quali)quantitative alla cui presenza non scatta l’obbligo di redigere e allegare al contratto d’appalto e d’opera il documento di valutazione dei rischi interferenziali o di individuare l’incaricato, non brilla per chiarezza né, pare, in ultima analisi, particolarmente utile in un’ottica di semplificazione operativa.

Merita, innanzitutto, adeguata sottolineatura la circostanza che, mentre nel d.l. 68 era stato individuato un rapporto uomini/giorno di dieci, la legge di conversione riduce detta soglia a cinque, evidentemente immiserendo la reale portata della deroga ad ipotesi assai marginali e ciò, in particolare, se si considera che siffatta soglia di durata  dei lavori o dei servizi, non pare poter essere riferita ad ogni singolo intervento eseguito, bensì alla somma  delle giornate di lavoro (ed al numero degli uomini utilizzati) necessarie all'effettuazione degli stessi, considerata con riferimento all'arco temporale di un anno dall'inizio dei lavori.

Se così fosse e non pare poter essere altrimenti, l’effettiva portata della deroga risulterebbe, paradossalmente, meno significativa di quella precedentemente prevista, che quantificata la deroga agli adempimenti del comma 3 dell’art. 26, ai lavori o ai servizi la cui durata non fosse superiore a due giorni lavorativi, da intendersi, tuttavia, alla luce dell’interpretazione prevalente, per ogni singolo intervento e non nell’arco dell’anno.

Se a ciò si aggiunge l’ampliamento dell’elenco dei rischi in presenza dei quali la deroga non è applicabile, a quelli già previsti si aggiungono: i rischi derivanti dal rischio di incendio di livello elevato, ai sensi del decreto del Ministro dell’interno 10 marzo 1998, o dallo svolgimento di attività in ambienti confinati, di cui al regolamento di cui al decreto del Presidente della repubblica 14 settembre 2011, n. 177,l’effettiva portata della semplificazione risulta davvero molto (troppo) marginale.

Rapida menzione merita anche la modifica apportata all’art. 27 del d.lgs. n. 81/2008, in forza della quale la definizione del "sistema di qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi” viene assegnata al Ministero del lavoro e non più alla Commissione consultiva permanente, forse per ovviare allo stallo in cui versava la Commissione sullo specifico punto.

Con riferimento alla normativa sull’effettuazione della valutazione dei rischi in aggiunta alle specifiche modalità previste per le piccole e medie imprese, di cui all’art. 29 commi 5 e 6, secondo le modalità di cui al comma 6 bis, il legislatore del 2013 prevede che, con Decreto del  Ministro  del  lavoro  e  delle  politiche sociali da adottare sulla base delle indicazioni della Commissione  consultiva  permanente per la salute e sicurezza sul lavoro  e  previa  intesa  in  sede  di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le  Regioni  e  le Province Autonome di Trento e di Bolzano, siano individuati i settori di attività a basso rischio di infortuni e malattie professionali, sulla  base  di  criteri e parametri oggettivi, desunti dagli indici infortunistici  di  settore dell'INAIL,  e relativi alle malattie professionali di settore e specifiche della singola azienda, all’interno dei quali i datori lavoro possono attestare, secondo apposito modello, l’effettuazione della valutazione dei rischi. Sul punto si sottolinea che la legge di conversione ha allargato gli indici per individuare le attività a basso rischio anche alle malattie professionali.

L’adottando decreto, recherà in  allegato,  il modello con il quale, fermi restando i relativi obblighi, i datori di lavoro delle aziende che operino negli individuati settori  di  attività  a  basso rischio  infortunistico  potranno  appunto attestare  di  aver  effettuato  la valutazione dei rischi; resta, comunque, ferma la facoltà delle aziende di utilizzare le note  procedure  standardizzate di cui al comma 6-bis.

La novità in commento,ovvero la possibilità per i datori di lavoro che operino in settori a basso rischio infortunistico e di insorgenza di malattie professionali di usare la nuovaa modalità di effettuazione della valutazione dei rischi,  resta comunque in sospeso, posto che sarà il futuro decreto a darne attuazione.

Apparentemente piccola, ma significativa, è la modifica apportata all’art. 31, comma 1, con riferimento al Servizio di Prevenzione e Protezione, che il datore di lavoro deve dimostrare di aver fatto il possibile per organizzare internamente all’azienda.

In effetti, a seguito della novella di cui all’art. 32 della l. n. 98/2013, l’art. 31 del d.lgs. n. 81/2008, così recita: “Salvo quanto previsto dall’art. 34, il datore di lavoro organizza il servizio di prevenzione e protezione prioritariamente all’interno della azienda o della unità produttiva, o incarica persone o servizi esterni costituiti anche presso associazioni dei datori di lavoro o gli organismi paritetici, secondo le regole di cui al presente articolo”.

Aggiungendo l’avverbio “prioritariamente” il legislatore sembra voler recepire quanto disposto dall’art. 7, comma 3, della direttiva 89/391/CEE, secondo il quale il Servizio di prevenzione e protezione deve essere interno all’azienda, potendo essere esterno solo “se le competenze nell'impresa e/o nello stabilimento sono insufficienti per organizzare dette attività di protezione e prevenzione”, e così tentare di chiudere la procedura di infrazione (n. 2013/4117 del 26 giugno) che la Commissione europea ha aperto nei confronti dell’Italia per la violazione della citata direttiva, proprio in relazione alla possibilità concessa dall’art. 31 del d.lgs. n. 81/2008 di nominare liberamente collaboratori interni o esterni per lo svolgimento del servizio di prevenzione e protezione.    

Con riferimento alla disciplina sulla capacità e sui requisiti professionali degli addetti e dei responsabili dei servizi di prevenzione e protezione interni ed esterni, di cui all’art. 32, la l. n. 98/2013 elimina le duplicazioni nella formazione attraverso il riconoscimento dei crediti formativi per la durata ed i contenuti già erogati. In particolare, viene previsto che, in tutti i casi di formazione e aggiornamento in  cui  i  contenuti  dei  percorsi formativi si sovrappongano, in tutto o in parte,  a  quelli  previsti per il responsabile e gli addetti del servizio prevenzione e  protezione, è riconosciuto credito formativo per la durata ed i contenuti  della formazione e dell'aggiornamento corrispondenti erogati. Tale provvedimento non è, tuttavia, immediatamente operativo; in effetti, le modalità di riconoscimento del credito formativo e i modelli per mezzo dei quali è documentata l’avvenuta formazione sono individuati dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, sentita la Commissione consultiva permanente. Gli istituti di istruzione e universitari provvedono a rilasciare agli allievi equiparati ai lavoratori, ai sensi dell’art. 2, comma 1, lett. a), e dell’art. 37, comma 1, lett. a) e b), del D.Lgs. n. 81/2008, gli attestati di avvenuta formazione sulla salute e sicurezza sul lavoro.   

Anche la disciplina sulla formazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti, di cui all’art. 37, viene sottoposta a correzione, prevedendosi che, in tutti i casi di formazione ed  aggiornamento previsti per dirigenti, preposti,  lavoratori e rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza in cui  i  contenuti dei percorsi formativi si sovrappongano, in  tutto  o  in  parte,  venga riconosciuto un credito formativo per la durata  e  per  i  corrispondenti contenuti della formazione e dell'aggiornamento, comunque erogati, secondo il principio: “nel più sta il meno”.

Con riferimento al titolo II del T.U. in tema di luoghi di lavoro, e, più in particolare, alla normativa sulle notifiche all’organo di vigilanza competente per territorio, l’art. 67 viene completamente sostituito, prevedendosi che, in caso  di  costruzione  e  di  realizzazione  di edifici o locali da adibire a lavorazioni  industriali, nonché  nei casi di ampliamenti e di  ristrutturazioni  di  quelli  esistenti, nei luoghi di  lavoro  ove  sia  prevista  la  presenza  di  più  di  tre lavoratori, i relativi lavori debbano essere eseguiti nel rispetto  della  normativa di  settore  e debbano, altresì,  essere  comunicati  all'organo  di  vigilanza competente per territorio i seguenti elementi informativi:

 

  • la descrizione dell'oggetto delle lavorazioni  e  delle  principali modalità di esecuzione delle stesse;
  • la descrizione delle caratteristiche dei locali e degli impianti. 

Con  Decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali e del Ministro  per la  pubblica  amministrazione  e  la  semplificazione, da adottarsi entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della disposizione de qua,   sentita   la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le  Regioni  e  le Province Autonome di Trento e di Bolzano:

  • saranno individuate, secondo criteri di semplicità e  di  comprensibilità,  le  informazioni  da trasmettere;
  • saranno approvati i modelli uniformi da utilizzare  per  i detti fini. 

Di qualche interesse, in un’ottica di (parziale) semplificazione burocratica, risultano le correzioni relative al titolo III del T.U. in tema di uso delle attrezzature di lavoro e dei dispositivi di protezione individuale, e, più in particolare, alla normativa sugli obblighi di verifica periodica del datore di lavoro, di cui all’art. 71, comma 11.

A tale comma, nel quale si prevede che, tra gli altri obblighi (quelli del comma 4 e del comma 8, il  datore  di  lavoro sottoponga le attrezzature di lavoro di cui all’allegato VII a verifiche  periodiche  volte  a  valutarne   l'effettivo   stato   di conservazione e di efficienza ai fini di sicurezza,sono state apportate significative modifiche in ordine alle modalità di effettuazione di dette verifiche, stabilendosi che:

  • la  prima verifica dovrà essere effettuata dall'INAIL che vi provvede nel termine  di  quarantacinque giorni dalla messa in servizio dell’attrezzatura, decorso inutilmente il  quale  il  datore  di lavoro potrà avvalersi, a propria scelta, di altri soggetti pubblici o privati abilitati secondo  le modalità di cui al comma 13 (si noti la doverosa sostituzione del riferimento all’ISPESL con quello all’INAIL, essendo il primo confluito nel secondo e, soprattutto, la riduzione del termine di intervento da 60 a 45 giorni, calcolati non più dalla richiesta di verifica bensì dalla messa in servizio dell’attrezzatura; scompare anche il riferimento diretto all’ASL quale ente a cui può rivolgersi il datore di lavoro quando l’INAIL non provveda nei termini alla verifica); 
  • le successive verifiche potranno, invece, essere effettuate, su libera scelta del datore di lavoro, dalle ASL o, ove ciò sia previsto con  legge  regionale,  dall'ARPA, o da soggetti pubblici o privati abilitati (si noti l’immediata e libera possibilità per il datore di lavoro, diversamente da quanto precedentemente previsto, di rivolgersi a soggetti privati abilitati, oltreché, ma facoltativamente, ad ASL e ARPA ma, quest’ultima solo se previsto da legge regionale) 

Per  l'effettuazione  delle verifiche, l'INAIL (ma non anche ASL e ARPA) può avvalersi del supporto di soggetti pubblici  o  privati  abilitati. La novella del comma 11 dell’art. 71 prevede anche che i verbali redatti all’esito delle verifiche devono essere conservati e tenuti a disposizione dell’organo di vigilanza. Si conferma che le verifiche sono effettuate a titolo oneroso e le spese sono a carico del datore di lavoro.  

Risulta interessante notare che, con la legge di conversione, scompare la previsione contenuta nel d.l. in forza della quale si modificava anche il comma 12, ribadendosi, in altro modo che “i soggetti privati abilitati di cui al comma 11 acquistano  la qualifica  di  incaricati   di   pubblico   servizio   e   rispondono direttamente alla struttura pubblica titolare della funzione”. Resta dunque in vigore l’attuale testo del comma 12, almeno parzialmente, invero, vista la sovrapposizione fra il testo del primo periodo di tale comma e il nuovo testo del comma 11, conseguendone che, tali soggetti devono comunque essere ritenuti incaricati di pubblico servizio, restando, per altro verso, del tutto impregiudicata la loro eventuale responsabilità professionale anche di rilevanza penale nel caso di colpa grave nell’effettuazione delle verifiche sulle attrezzature dalla quale sia eziologicamente derivato un infortunio sul lavoro. 

Di indiscutibile interesse, almeno per alcuni settori produttivi (multiutility e TLC su tutti) si pongono le modifiche relative al titolo IV del T.U. in tema di cantieri temporanei o mobili, e, più in particolare, alla normativa sul campo di applicazione, di cui all’art. 88.

La sostituzione del testo della lettera g-bis e la sua parziale riscrittura con qualche sostanziosa aggiunta e qualche importante cancellatura, apre nuovi ed inaspettati scenari di esclusione di molte e rilevanti attività latamente cantieristiche dal campo di applicazione e, quindi dagli obblighi di pianificazione e coordinamento, del Titolo IV Capo I del d.lgs. n. 81/2008.

Il nuovo precetto, infatti, sancisce che le disposizioni del Capo I, del Titolo IV, non si applicano: “ai lavori relativi ad impianti elettrici, reti informatiche, gas, acqua, condizionamento e riscaldamento, nonché ai piccoli lavori la cui durata presunta non sia superiore  ai  dieci uomini-giorno, finalizzati alla realizzazione o alla  manutenzione  delle infrastrutture per servizi, che non espongano i lavoratori ai rischi di cui all’allegato XI”.

Le novità sono sostanziali, giacché, rispetto alla precedente formulazione, scompare il fondamentale riferimento ai lavori edili e d’ingegneria civile di cui all’allegato X, che molto limitava l’effettivo ambito di esclusione dei lavori elencati (bastava, infatti, che vi fosse uno scavo, cosa assai frequente nelle opere e nei servizi aventi ad oggetto le attività di cui sopra, per configurare un lavoro edile e come tale soggetto alla disciplina del cantiere temporaneo o mobile) e compare, al suo posto, il più limitato riferimento ai rischi specifici dell’allegato XI, quale discrimine per l’applicazione o meno delle regole di sicurezza del Capo I del Titolo IV.

Il novero delle attività escluse dall’applicazione delle regole di sicurezza proprie dei cantieri temporanei o mobili si arricchisce, poi, di un’altra potenzialmente assai ampia tipologia di lavori, ossia quelli di piccole dimensioni finalizzati alla realizzazione o  manutenzione  delle infrastrutture per servizi,la cui durata presunta non sia superiore  ai  dieci uomini-giorno, da intendersi, questa volta, in relazione ad ogni singolo intervento o lavoro e non in un arco temporale predefinito. 

Alla luce di siffatte modifiche lo scenario sembra, dunque, essere il seguente: ai lavori relativi ad impianti elettrici, reti informatiche, gas, acqua, condizionamento e riscaldamento, nonché ai piccoli lavori la cui durata presunta non sia superiore  ai  dieci uomini-giorno, finalizzati alla realizzazione o alla  manutenzione  delle infrastrutture per servizi, si applicheranno le disposizioni del Capo I del Titolo IV, solo se tali lavori esporranno i lavoratori ai rischi dell’allegato XI, ossia a:

rischi di seppellimento o di sprofondamento a profondità superiore a m 1,5 o di caduta dall'alto da altezza superiore a m 2, se particolarmente aggravati dalla natura dell'attività o dei procedimenti attuati oppure dalle condizioni ambientali del posto di lavoro o dell'opera (quindi, non sempre e comunque, ma solo nei casi in cui si versi in situazioni ambientali che esprimano un rischio aggravato rispetto a quello normale proprio delle lavorazioni);

  1. sostanze chimiche o biologiche che presentano rischi particolari per la sicurezza e la salute dei lavoratori oppure comportano un'esigenza legale di sorveglianza sanitaria;
  2. adiazioni ionizzanti che esigono la designazione di zone controllate o sorvegliate, quali definite dalla vigente normativa in materia di protezione dei lavoratori dalle radiazioni ionizzanti
  3. vicinanza con linee elettriche aree a conduttori nudi in tensione;
  4. rischio di annegamento;
  5. rischi relativi a pozzi, sterri sotterranei e gallerie;
  6. rischi propri di attività subacquee con respiratori;
  7. rischi propri di attività in cassoni ad aria compressa;
  8. rischi propri di attività comportanti l'impiego di esplosivi;
  9. rischi propri di attività di montaggio o smontaggio di elementi prefabbricati pesanti.

Pertanto, ai lavori elencati nella lett. g-bis) dell’art. 88, in assenza dei rischi o delle situazioni di cui sopra, non si applicherà alcuna regola del Capo I del Titolo IV del T. U.; cionondimeno, laddove tali lavori, oggetto di un contratto d’appalto o d’opera, venissero eseguiti all’interno dell’azienda, dell’unità produttiva o del ciclo produttivo della medesima, sempreché in un luogo del quale il datore di lavoro committente abbia la giuridica disponibilità, ad essi potrebbero applicarsi le regole sancite dall’art. 26 del d.lgs. n. 81/2008.

Singolarmente, a seguito delle modifiche introdotte dal d.l. 69 e dalla legge di conversione n. 98/2013, nell’art. 88, che, come abbiamo visto, ha ampliato il novero dei lavori esclusi dal campo di applicazione del Capo I del Titolo IV, il legislatore inserisce un nuovo comma, il 2-bis, nel quale viene sancita l’applicabilità dell’intero Titolo IV e non solo del Capo I, ad un nuovo ampio settore produttivo comportante attività lavorative spesso assai rischiose: trattasi degli spettacoli musicali, cinematografici e teatrali e delle manifestazioni fieristiche. Caratteristiche e modalità applicative discendenti dalle particolari esigenze connesse allo svolgimento di dette attività, saranno individuate con apposito decreto ministeriale (lavoro  e politiche sociali di concerto con il Ministero della salute sentita la Commissione Consultiva permanente) da adottarsi entro il 31 dicembre 2013.

Trattasi, con tutta evidenza di una, per ora incompleta, risposta al problema della sicurezza sul lavoro nel montaggio e nello smontaggio di palchi, torri e altre strutture temporanee per concerti, spettacoli e manifestazioni artistiche, sportive e ricreative, che, nel recente passato, hanno imposto un inaccettabile tributo di sangue.

Sceglie, dunque, il legislatore del 2013, con la norma in commento, di sgombrare il campo dalle incerte interpretazioni tecnico-giuridiche che, spesso in modo ondivago, hanno incluso o escluso, in tutto o in parte, dal campo di applicazione del Titolo IV e del Capo I, le attività lavorative connesse all’allestimento ed allo smontaggio delle strutture necessarie per varie tipologie di spettacoli e manifestazioni, spesso insistenti su spazi pubblici o aperti al pubblico.

In attesa del decreto ministeriale, pare tuttavia di poter affermare, che, posta l’ampia formulazione della norma, ai lavori di cui sopra  si applicheranno sia le misure oggettive e soggettive di pianificazione della sicurezza (piani e coordinatori) di cui al Capo I, sia quelle di sicurezza nelle costruzioni e in quota (prevenzione degli infortuni sul lavoro nei cantieri e prevenzione degli infortuni nei lavori in quota) di cui al Capo II, oltreché, ovviamente, le sanzioni di cui al Capo III.

Con riferimento, ancora, al titolo IV del T.U. in tema di cantieri temporanei o mobili, e, più in particolare, alle disposizioni specifiche sull’adempimento di obblighi di tutela della sicurezza nei cantieri mobili in contesti particolari (art. 104), viene introdotto un nuovo articolo, il 104-bis in base al quale si stabilisce, con evidente intento semplificatorio, che, con Decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con  il  Ministro  delle  infrastrutture  e  dei trasporti, e con il Ministro della salute, sentita la Commissione  consultiva  permanente per la salute e sicurezza sul lavoro e previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province Autonome di Trento  e di Bolzano, siano individuati, nei casi di cui all’articolo precedente, modelli semplificati, per la redazione:

 

  • del piano operativo di sicurezza;
  • del  piano  di  sicurezza  e  di  coordinamento;
  • del  fascicolo  dell'opera.

 

Sempre in un ottca di semplificazione degli adempimenti, con riferimento al Titolo IX del T.U. in materia di Sostanze pericolose e, in particolare ai Capi: I, in materia di Protezione da agenti chimici; II, in materia di Protezione da agenti cancerogeni e mutageni; III, in materia di Protezione dai rischi connessi all’esposizione all’amianto, nonché al Titolo X del medesimo T.U. in tema di Esposizione ad agenti biologici e, in particolare, alla dispersione nell’ambiente di agenti biologici pericolosi e misure di emergenza, viene stabilito che le comunicazioni del datore di lavoro ai lavoratori ed agli organi di vigilanza possano essere effettuate in via telematica, anche per mezzo degli organismi paritetici o delle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro.

L’art. 32 della l. n. 98/2013, introduce, rispetto a quanto disposto dal convertito d.l. n. 69, anche una modifica al comma 12-bis dell’art. 3 che individua le tipologie di volontari ai quali si applica, parzialmente, la disciplina di sicurezza sul lavoro. Il nuovo comma 12-bis, definisce, infatti, in modo più particolareggiato e dettagliato le caratteristiche dei soggetti rientranti nel campo d’applicazione del volontariato e vincolati ai soli obblighi di sicurezza previsti dall’art. 21 del T.U.; in particolare, tali obblighi si applicano non più ai soli volontari di cui alla legge n. 266/1991 ed ai volontari che effettuano il servizio civile, ma anche: 

 

  • ai soggetti che prestano la propria attività in favore delle associazioni di promozione sociale di cui alla legge n. 383/2000  e delle associazioni sportive dilettantistiche di cui alla legge n. 398/1991  e all’art. 90 della legge n. 289/2002 ; condizione necessaria affinché si possano applicare le sole disposizioni dell’art. 21, è che tali soggetti prestino la propria attività spontaneamente e a titolo gratuito o con mero rimborso spese;
  • nei confronti di tutti i soggetti di cui all’art. 67, comma 1, lett. m), del testo unico di cui al d.P.R. n. 917/1986; si tratta di: direttori artistici e collaboratori tecnici per prestazioni di natura non professionale da parte di cori, bande musicali e filodrammatiche che perseguono finalità dilettantistiche, nonché di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di carattere amministrativo-gestionale di natura non professionale resi in favore di società e associazioni sportive dilettantistiche.

Il comma 12-bis dell’art. 3 del T.U stabilisce, pertanto, che nei confronti dei soggetti di cui sopra si applicano le disposizioni relative ai lavoratori autonomi disciplinate all’art. 21; ne consegue che essi sono equiparati, ai fini della tutela antinfortunistica, non ai lavoratori subordinati, bensì ai lavoratori autonomi, i quali, appunto secondo l’art. 21 del T.U, devono:

a) utilizzare le attrezzature di lavoro idonee e rispondenti ai requisiti minimi della normativa vigente;

b) munirsi, ove previsto, dei dispositivi di protezione individuale ed utilizzarli conformemente alle disposizioni di cui al titolo III T.U.;

c) munirsi di apposita tessera di riconoscimento corredate di fotografia e contenente le proprie generalità ove svolgano attività di lavoro in luoghi in cui si effettuino attività in regime di appalto o subappalto;

d) provvedere, con oneri a loro carico, alla sorveglianza sanitaria ed alla partecipazione a corsi di formazione specifici in materia di salute e sicurezza sul luogo di lavoro in centrati sui rischi tipici delle proprie attività.

Il legislatore, tuttavia, tenuto conto delle peculiarità dell’attività di volontariato ha ritenuto opportuno consentire che le modalità di realizzazione della tutela vengano pattuite tra i soggetti, vale a dire il volontario e le associazioni o gli enti di servizio. In quest’ottica l’art. 3, comma 12-bis, del d.lgs. n. 81/2008 stabilisce che tali soggetti possano individuare le forme di attuazione della normativa prevenzionistica prevista in loro favore.

Ad esempio, potrà essere concordato che l’associazione si faccia carico di acquistare i dispositivi di protezione individuale o di organizzare i corsi di formazione per i volontari. 

Diversamente, il comma 12-bis del T.U. stabilisce che “ove uno dei soggetti di cui al primo periodo svolga la propria prestazione nell’ambito dell’organizzazione di un datore di lavoro, questi è tenuto a fornire al soggetto dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti negli ambienti in cui è chiamato ad operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate in relazione alla propria attività. Egli è tenuto altresì ad adottare le misure utili ad eliminare o, ove ciò non sia possibile, ridurre al minimo i rischi da interferenza tra la prestazione del soggetto e altre attività che si svolgano nell’ambito della medesima organizzazione”. Pertanto, nel caso in cui il volontario svolga l’attività nell’ambito dell’organizzazione di un soggetto che è datore di lavoro, tale soggetto ha l’obbligo di tutelare l’integrità fisica del volontario, rispettando alcuni obblighi ricalcati su quelli che, in base all’art. 26 T.U., sono posti in capo al datore di lavoro committente, allorquando questi decida di affidare lavori o servizi ad imprese appaltatrici o a prestatori autonomi. Il datore di lavoro, pertanto, dovrà fornire al volontario dettagliate informazioni sui rischi esistenti nell’ambiente in cui è chiamato ad operare, nonché sulle misure di prevenzione, protezione ed emergenza adottate per proteggere i lavoratori dallo stesso datore dipendenti.

 

Modifiche e integrazioni© da parte dell’art. 35 della l. n. 98/2013.

L’art. 35 della legge di conversione del c.d. “decreto del fare”, aggiunge due commi, il 13-bis ed il 13-ter, all’art. 3 del d.lgs. n. 81/2008.

Si tratta, almeno sulla carta, di misure di semplificazione per la documentazione afferente l’informazione, la formazione in materia di sicurezza e la sorveglianza sanitaria, applicabili alle  prestazioni lavorative  di  breve durata, ossia, in forza di quanto disposto nel comma 13, che implicano una permanenza del lavoratore in azienda (piccole e medie) per un periodo non superiore a cinquanta giornate  lavorative  nell'anno  solare  di riferimento, ma solo nel settore agricolo.

Il comma 13-bis prevede che, con Decreto del Ministro  del  lavoro  e  delle  politiche sociali e del Ministro della salute,  sentite  la Commissione consultiva permanente  per  la  salute  e  sicurezza  sul lavoro e  la  Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le  Regioni  e  le  Province Autonome di Trento e di Bolzano, nel rispetto dei livelli generali di tutela di cui alla normativa in materia di  salute  e  sicurezza  sul lavoro e fermi restando gli obblighi previsti dagli artt. 36 e 37, sono definite misure di semplificazione della documentazione , anche ai fini dell’inserimento della stessa nel libretto formativo del cittadino, che dimostra l’adempimento da parte del datore, in relazione a prestazioni lavorative regolamentate dal d.lgs. n. 276/2003 che implicano una permanenza del lavoratore in azienda per un periodo non superiore a cinquanta giornate  lavorative  nell'anno  solare  di riferimento. Il riferimento, piuttosto vago, alle prestazioni lavorative regolamentate dal c.d. “decreto Biagi”, potrebbe riguardare tipologie contrattuali di lavoro non subordinato, come quello a progetto, quello in associazione in partecipazione e, fors’anche quello occasionale di tipo accessorio e parrebbe finalizzato a facilitare,  mediante  idonee  attestazioni semplificate, la dimostrazione degli obblighi di informazione e formazione assolti dai vari datori di  lavoro  nei confronti dello stesso lavoratore durante l'anno solare in corso, impiegato per brevi periodi, ossia per non più di 50 giornate lavorative, nel contempo ottimizzandole, per evitare inutili duplicazioni, sovrapposizioni e perdite di tempo.

Il comma 13-ter, contiene, invece, l’ennesimo rinvio ad un decreto ministeriale, a specificazione di quanto disposto nel comma 13 e finalizzato, pur nel rispetto dei livelli generali di tutela della salute e della sicurezza di cui alla normativa vigente, ad individuare misure di semplificazione degli adempimenti relativi  all’informazione, alla formazione, alla valutazione dei rischi ed alla sorveglianza sanitaria, per le imprese agricole, con particolare riferimento ai lavoratori stagionali a termine occupati in imprese di piccole dimensioni.

 

Altre modifiche e integrazioni in materia di sicurezza del lavoro da parte della l. n. 98/2013.

L’art. 32, sempre nell’ottica della semplificazione degli adempimenti formali in materia di lavoro, interviene anche sul d.P.R. n. 1124/1965, sancendo: l’abrogazione, a partire dal 180° giorno dall’entrata in vigore del Sistema informativo nazionale per la prevenzione nei luoghi di lavoro (SINP), dell’art. 54 e la modifica dell’art. 56, in forza della quale, a decorrere dal 1° gennaio 2014, la denuncia degli infortuni mortali o con prognosi superiore a trenta giorni, verrà trasmessa telematicamente dall’INAIL alle autorità di pubblica sicurezza, alle ASL, alle DTL,  ecc., mediante SINP.

All’art. 38, sono, invece, previste proroghe ed esoneri in materia di prevenzione incendi, per le aziende responsabili delle nuove attività introdotte dall'Allegato I del d.P.R. n. 151/2011 (attività soggette al controllo dei VVF dal 2011);

L’art. 42 si occupa di soppressione di certificazioni sanitarie: è sancita, nella cornice del mantenimento dell’obbligo di sorveglianza sanitaria di cui all’art. 41 del d.lgs. n. 81/2008, la cancellazione di numerose certificazioni sanitarie, fra le quali si segnalano, in particolare, il certificato medico di idoneità per l’assunzione degli apprendisti (d.P.R. n. 1668/1956) e dei minori (l. n. 977/1967), la certificazione attestante l’idoneità psico-fisica relativa all’esecuzione di operazioni relative all’impiego di gas tossici (R.D. 9 gennaio 1927, n. 147).

Importante modifica è anche quella, sempre operata dall’art. 32, relativa alla disciplina dei contratti pubblici e, segnatamente, all’art. 82 del d.lgs. n. 163/2006; in tale norma si introduce un nuovo comma, il 3-bis, nel quale si sancisce che il prezzo più basso in ragione del quale si aggiudica l’appalto è determinato, fra l’altro, al netto “delle misure di adempimento delle disposizioni in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”.

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