1 settembre 2017

Sottoprodotti

Precisazioni sul nuovo d.m. 13 ottobre 2016, n. 264 «Regolamento recante criteri indicativi per agevolare la dimostrazione della sussistenza dei requisiti per la qualificazione dei residui di produzione come sottoprodotti e non come rifiuti»

di Luca Passadore

L’originaria definizione di sottoprodotto, già modificata col d.lgs. n. 4/2008, è stata ulteriormente – ed integralmente – riformulata dal d.lgs. n. 205/2010 in attuazione della direttiva 2008/98/CE, che ha definitivamente codificato a livello comunitario la categoria.

Formalmente la definizione di sottoprodotto è contenuta, al pari di tutte le altre definizioni, nell’articolo 183 del d.lgs. n. 152/2006, la cui lettera qq) però si limita a rinviare all’art. 184-bis: «sottoprodotto: qualsiasi sostanza od oggetto che soddisfa le condizioni di cui all’articolo 184-bis, comma 1, o che rispetta i criteri stabiliti in base all’articolo 184-bis, comma 2».

In base a quest’ultimo ed in letterale conformità a quanto stabilito dalla direttiva comunitaria,

«È un sottoprodotto e non un rifiuto, ai sensi dell’articolo 183, comma 1, lettera a), qualsiasi sostanza od oggetto che soddisfa tutte le seguenti condizioni:

a) la sostanza o l’oggetto è originato da un processo di produzione, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto;

b) è certo che la sostanza o l’oggetto sarà utilizzato, nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi;

c) la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale;

d) l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l’oggetto soddisfa, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o la salute umana.».

L’art. 184-bis, al comma 2, prevede, inoltre, che «Sulla base delle condizioni previste al comma 1, possono essere adottate misure per stabilire criteri qualitativi o quantitativi da soddisfare affinché specifiche tipologie di sostanze o oggetti siano considerati sottoprodotti e non rifiuti. All’adozione di tali criteri si provvede con uno o più decreti del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, ai sensi dell’ articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, in conformità a quanto previsto dalla disciplina comunitaria». In attuazione di tale previsione il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha emanato il decreto ministeriale 13 ottobre 2016, n. 264 «Regolamento recante criteri indicativi per agevolare la dimostrazione della sussistenza dei requisiti per la qualificazione dei residui di produzione come sottoprodotti e non come rifiuti» (GU 15/2/2017, n. 38).

In merito a quest’ultimo provvedimento è importante evidenziare alcuni aspetti.

L’art. 1 del decreto ministeriale riporta che la finalità dello stesso è quella di «definire alcune modalità con le quali il detentore può dimostrare che sono soddisfatte le condizioni generali di cui all’articolo 184-bis» (comma 1) e, più avanti, precisa che «nell’allegato 1 è riportato, per specifiche categorie di residui produttivi, un elenco delle principali norme che regolamentano l’impiego dei residui medesimi, noché una serie di operazioni e attività che possono costituire normali pratiche industriali» (comma 3). Tali indicazioni fanno pensare ad una disciplina di carattere vincolante ed applicabile ai soli residui previsti nell’allegato 1 (Biomasse residuali destinate all’impiego per la produzione di energia). In realtà, varie disposizioni riportate nel decreto chiariscono che:

  • non ha natura vincolante, infatti in più parti sono utilizzate delle locuzioni di carattere generale tese ad indicare che i contenuti del provvedimento costituiscono degli indirizzi e non adempimenti obbligatori, ad esempio l’art. 4, comma 2, recita che «Negli articoli seguenti sono indicate alcune modalità con cui provare la sussistenza delle circostanze di cui al comma 1, fatta salva la possibilità di dimostrare con ogni mezzo ed anche con modalità … diversi … che una sostanza o un oggetto derivante da un ciclo di produzione non è un rifiuto, ma un sottoprodotto»;
  • ha valenza generale, e non limitata ai soli residui dell’allegato 1, a tal proposito si veda quanto riportato all’art. 4, comma 2, ove chiaramente si evidenzia si fa «riferimento a sostanze ed oggetti diversi da quelli precisati precisati nel presente decreto».

Lo stesso Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare con una propria circolare del 30 maggio 2017 ha chiarito che «il Regolamento non ha compiuto la scelta di prevedere strumenti probatori “necessari” per dimostrare la sussistenza delle condizioni richieste dalla legge per la qualifica di “sottoprodotto”. Le disposizioni del decreto sono infatti esplicite nell’escludere l’effetto vincolante del sistema ivi disciplinato, precisando che le modalità di prova nello stesso indicate non vanno in alcun modo intese come esclusive. E’ lasciata all’operatore la possibilità di scegliere mezzi di prova individuati in autonomia, e diversi da quelli previsti dal Regolamento. Rimane, quindi, ferma la libertà di dimostrare la sussistenza dei requisiti richiesti con ogni mezzo e con riferimento a materiali o sostanze diversi da quelli espressamente disciplinati negli allegati, anche mantenendo i sistemi e le procedure aziendali adottati prima dell’entrata in vigore del Decreto o scegliendone di diversi, ferma restando la vincolante applicazione delle pertinenti norme di settore.».

Per approfondire la disciplina della gestione dei rifiuti vedi il nuovo "Prontuario per la gestione dei rifiuti" edizione 2017.

 

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